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Di monologo in monologo....

Una donna sale sul palco del teatro della sua vita e racconta....


Per una volta, smetto di essere una donna che corre e si affanna sulle scale mobili della vita,  chiedo silenzio al pubblico che affolla il teatro della mia esistenza con un gesto perentorio della mano, a passo svelto raggiungo il centro del palco, sento scricchiolare le tavole di legno sotto alle pantofole che profumano di casa e di detersivi e di noia, e sento il brusio del pubblico, la luce del faro che mi illumina rigida, al centro della scena.

Adesso parlo io, e vi racconto la mia storia.

Se a qualcuno venisse in mente di pormi questa domanda: “Qual è la cosa più bella che le è capitata?”, non chiederei una vocale e neppure l’aiuto da casa. No.

La domanda potrebbe sembrare banale, eppure la vita, ma soprattutto mia figlia, mi ha insegnato che nulla è banale.

La risposta  che darei può sembrare ancora più mediocre:  “La prima parola di mia figlia”.

Perché non è una risposta ordinaria? Semplice:  mia figlia è sordomuta.

O meglio, per una strana miscela di capricci della vita e di trame del mio destino, mia figlia DOVEVA essere sordomuta. Invece, e buon per lei, è nata negli anni 2000, e la tecnologia di oggi ci permette di annullare completamente questo handicap.

Già.

E se ancora mi avessero chiesto “Se dovesse dire grazie a qualcuno, chi sarebbe questa persona?”.

A chi devo dire grazie? Sempre a mia figlia, la quale mi ha insegnato che sono le condizioni avverse a rendere le cose straordinarie. Tenere duro a dispetto delle avversità. In una parola: coltivare la speranza. Per sperare cosa, poi? Inseguire un sogno? Se il problema è genetico non c’è nulla da fare, ci dicevano i medici, il linguaggio dei segni dovete insegnarle, quelli la aiuteranno, dovete farvene una ragione e accettare il destino avverso.

E invece, ho pensato, guardando quegli occhi che io ho contribuito a generare: “I sogni ci aiuteranno, cara bimba mia”,  si, i sogni di un signore geniale, che negli anni settanta fantasticava un computer che potesse fare quello che l’orecchio umano era impossibilitato a fare per colpa di una natura matrigna.

E quasi trent’anni dopo il frutto del sogno di un uomo che vedeva oltre l’ordinario e il consueto adesso è tra le nostre mani, è quello che hai tu, figlia mia, nella tua piccola testolina e che ti permette di sentire quella inspiegabile melodia che è la voce della tua mamma, che è il suono del mondo, che è quella sinfonia di note che ti hanno permesso di ascoltare curiosa e di comporre quell’alchimia di vocali e consonanti che è stata la prima tua parola: MAMMA.

La cosa più bella del mondo: la tua prima parola a dispetto della tua condizione di potenziale sordomuta, a dispetto del tuo destino  già tracciato.

Grazie ad un orecchio bionico.

Si, cara platea, voi che rumoreggiate increduli nelle ultime file, una soluzione che era stata sognata trent’anni prima da un cuore impavido e visionario, che ha trasformato quel sogno in realtà ed ha modificato il destino avverso di mia figlia in una partita in cui il risultato non era già segnato da un fato avverso, e adesso lei se la può giocare alla grande, questa partita della vita, al pari degli altri.

Anzi, avendo gli altri sensi molto più sviluppati per sopperire all’udito che ti mancava, mi sa che hai uno o due assi nella manica, cara bimba mia.

Dicono che le avversità capitano a chi  ha le capacità per porvi rimedio.

Tutte cazzate. Le avversità servono solo ed unicamente ad una cosa: apprezzare le piccole gioie della vita, quelle che si sciolgono nell’affanno delle tante cose da fare, quelle che ti perdi mentre sei indaffarato a fare altre cose, quei piccoli attimi di felicità che se ne vanno veloci come la sabbia nel collo della clessidra.

Una sera di maggio ho fermato quella sabbia finissima e le ho cucito addosso un momento magico, uno dei tanti che porto nel cuore, ora che mi soffermo a vederli, non a guardarli.

Era una sera di giugno e la mia bimba aveva due anni.

L’ho presa in braccio e siamo uscite insieme nella notte del giardino di casa.

Lei ha sbattuto le palpebre, e quando si è abituata alla penombra della notte rischiarata appena dalla luna piena, le ha viste.

Quei piccoli puntini luminosi le danzavano intorno, ci avvolgevano di luce magica, sembrava che il cielo fosse sceso a trovarci, o noi fossimo  riuscite a salire per curiosare lassù.

Lo stupore e il sorriso di meraviglia che le si dipinse sul volto, non lo scorderò mai.

La prima volta che mia figlia ha visto le lucciole, non riuscirei a descriverlo: solo Dio riesce a sintetizzare il bello usando le cose terrene, è compito suo.   

Non rumoreggiate, vi prego, ho quasi finito, abbiate ancora un poco di pazienza.

Sono solo una mamma che ha cercato di tenere unita la sua famiglia, a dispetto del grande dolore e della dura prova che ho dovuto affrontare: una donna non può permettersi di lasciarsi andare, neppure quando il dolore ti piega, siamo fatte di ferro noi donne, ma anche il ferro a forza di essere colpito si piega.

Ma il calore può raddrizzare una barra di ferro, si, il calore dell’amore per un figlio può fare questo.

E per ringraziarti di tutto quello che mi hai insegnato, seppur così piccola, ecco la lettera che ti ho scritto, come faccio tutti gli anni, per il tuo compleanno, e che ti lascio come un piccolo concentrato del mio amore per te, e che leggerai quando sarai grande, e forse io non ci sarò più: si intitola La vita è bella.

 “Ad ogni singolo filo d'erba è destinata almeno una goccia di rugiada del mattino. La mia goccia di rugiada è il sorriso che mi regali ogni mattina quando ti sveglio.

Tanti sono i ricordi e le emozioni che si affollano qui sulle mie dita. Le dodici lune passate insieme sono ricche di fragranti profumi come solo la pelle di un neonato sa essere, di morbido velluto dei tuoi capelli, di gorgoglii di felicità come il suono del mare che si arrotola tra le conchiglie striate di gioia, i tuoi piccoli progressi. Ti guardo e accarezzo con gli occhi i tuoi fini capelli ramati di vita, quei bagliori d'oro che luccicano al sole della vita.

Quelle piccole mani che stringono forte tutte le potenzialità della vita, che è solo agli albori, con te.

Gli occhi blu, profondi e dolci, come lo sconfinato oceano di amore che trasmetti quando mi sorridi felice.

E quando incontrerai il Brucaliffo, pensalo come ad una metafora, perché ogni problema può trasformarsi in una cosa bella, in una conquista, non tutto quello che è brutto deve essere allontanato in quanto tale. Allontanando il bruco, potresti perderti la bellezza di una farfalla.

E quando starai per giudicare una persona, pensaci, potresti trovarti davanti al Cappellaio matto. Eccentrico, si, ma in fondo una brava persona che vuole solo offrirti una buona e calda tazza di the.

E ricordati di festeggiare il non-compleanno, perché ogni giorno è una festa.
Alice, quella favola di cui porti il nome è l'augurio che la tua mamma ti ha fatto, perché tu possa inseguire si il tuo coniglio bianco, ma che nella meravigliosa corsa della vita tu non ti perda nulla di quello che ti circonda in questo mondo che, se vuoi, sarà davvero delle meraviglie. La mamma”. 

Si spegne la luce. Il mio monologo è terminato, lo spettacolo è andato in scena, ed è tutto finito, tutto passato.

Per gli spettatori della mia realtà può sembrare così, conoscenti e parenti pensano che ho vissuto un brutto periodo della mia esistenza, e che la vita è tornata a scorrere come sempre.

La vita continua, the show must go on.

A luci spente, a capo chino, lo sguardo di nuovo sulle mie ciabatte, sento la sala che si svuota.

Ripercorro il palco a ritroso, dietro le quinte: il momento da personaggio principale della mia vita è finito.

Ma mentre loro se ne vanno con la certezza di essere stati i protagonisti per questi brevi momenti mentre io parlavo, io so di poter osservare le persone a cui voglio bene da un punto di vista privilegiato per tenere unita la famiglia, ma soprattutto la mia esistenza, con il cuore e la ragione.

E’ questo il posto di una madre, di una donna: le quinte dell’esistenza della propria famiglia, per mandare in scena il grande palco della vita con la luce giusta, i costumi giusti, e suggerire le battute giuste, in caso qualche attore non abbia imparato bene la parte.

Insomma, quello che una buona madre fa tutti i santi giorni.

E tutto ha un senso.

Si dice che la vita sia sempre troppo corta. Ma è il senso che le diamo quello che le da spessore, come la spendiamo e la felicità che diamo agli altri.

Anche se loro non lo sanno.

 

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